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martedì 4 settembre 2012

Inshallah


In queste settimane in cui si inizia a programmare il nuovo anno scolastico o lavorativo, vi lascio un paragrafo di un libro che ho gustato a fondo quest'estate e che considero bello e ricco di spunti, anche al di là delle polemiche sulla veridicità di alcuni fatti raccontati.
Si tratta del romanzo “Tre tazze di tè”, che narra l'impegno dell'ex alpinista Greg Mortenson nella costruzione di scuole nei paesi più poveri di Pakistan e Afghanistan, al fine di vincere il terrorismo e l'odio tra i popoli grazie all'istruzione:
Mortenson attese nervosamente per mezz'ora mentre Sakina lasciava in infusione il po cha. […] Quando le tazze di porcellana con il tè al burro bollente fumarono tra le loro mani, Haji Ali parlò. “Se vuoi vivere bene in Baltistan, devi rispettare le nostre usanze” disse soffiando nella sua tazza. “La prima volta che dividi il tuo tè con un baltì sei uno straniero. La seconda volta sei un ospite onorato. La terza diventi parte della famiglia, e, per la nostra famiglia, noi siamo pronti a fare qualunque cosa, persino morire” disse posando affettuosamente la mano su quella di Mortenson. “Dottor Greg, devi trovare il tempo per condividere tre tazze di tè. Forse siamo ignoranti. Ma non siamo stupidi. Siamo vissuti e sopravvissuti qui per tanto tempo”. “Quel giorno Haji Ali mi diede la lezione più importante della mia vita” afferma Mortenson. […] “era un analfabeta, che praticamente non aveva mai lasciato il suo piccolo villaggio nel Karakoram. Eppure era l'uomo più saggio che avessi mai incontrato”.
(tratto da D.O. Relin, G. Mortenson, Tre tazze di tè, Rizzoli, 2008)

Nota a piè di pagina: perché Inshallah? Perché è una delle parole ricorrenti del libro e mi ricorda di rallentare, non è il correre contro il tempo ciò che risolverà i problemi: l'ultima parola è sempre di Dio e come Dio vorrà...

martedì 19 giugno 2012

Trova le differenze...



come nei giochi enigmistici, visto che iniziano ad avvicinarsi le vacanze!
Ma cosa succede se ad essere avvicinate sono culture e religioni diverse? Da solo il confronto non avviene, c'è bisogno di persone che lo vivano sulla propria pelle, quotidianamente, anche in modo scherzoso, leggero, come prova a raccontare Eric Emmanuel Schmitt nel libro “Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano”: un ragazzo ebreo conosce un anziano musulmano e insieme a lui fa esperienza di un mondo ben più vasto della sua casa (significativamente descritta sempre con le persiane chiuse).
"Facevamo un sacco di giochi. Mi conduceva nei luoghi di culto con una benda sugli occhi perché indovinassi la religione dall'odore. “Qua c'è odore di ceri, è cattolico”. “Sì, è Sant'Antonio”. “Qui c'è odore d'incenso, è ortodosso”. “È vero, è Santa Sofia”.“E qua c'è puzza di piedi, dev'essere musulmano. Bleah, c'è un fetore...” “Cosa?! Ma è la Moschea Blu! Non ti piace un posto che odora di corpi umani? A te non puzzano mai, i piedi? Ti disgusta un luogo di preghiera che odora di uomo, che è fatto per gli uomini, con gli uomini dentro? […] A me, questo profumo di pantofole mi rassicura. Mi fa pensare che non valgo più dei miei simili.
Imparando ad “aprire le persiane” e il cuore indiscriminatamente intorno a sé, il giovane Momo riesce a dare concretezza a quella che era già una sua impressione iniziale:
“Stando con monsieur Ibrahim mi rendevo conto che gli ebrei, i musulmani e persino i cristiani avevano avuto un sacco di grandi uomini in comune prima di massacrarsi a vicenda. La cosa non mi riguardava, ma mi faceva bene.”


(tratto da: Eric-Emmanuel Schmitt, Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, Roma: edizioni e/o, 2006
immagine tratta da: 
http://www.paceediritti.it/wcm/pace_diritti/sezioni_primopiano/primo_piano/mtv_14apr.htm)

martedì 22 maggio 2012

io sono Giulia


In questi giorni, per ragioni di studio mi trovo a leggere un libro molto interessante di Carlos Marti Aris, ”Le variazioni dell'identità”, che parla del concetto di tipo in architettura.
Che cosa è un tipo? In architettura, come nel linguaggio comune, possiamo dire che “esso equivale a una forma generale o a un insieme di proprietà che sono comuni a un certo numero di individui o di oggetti”, ma che non si identifica mai completamente in uno di essi.
Mi sono imbattuta in questo paragrafo:
“così scrive Bertrand Russell: “Esaminando le parole comuni, vediamo che, in linea generale, i nomi propri stanno ad indicare i particolari, mentre altri sostantivi, aggettivi, preposizioni e verbi stanno a indicare gli universali […] “. […] In effetti, tutto quanto può essere denominato da un sostantivo, contiene il germe di un'idea che non si esaurisce nel fatto particolare in cui si manifesta.”
(tratto da: C. Martì Aris, Le variazioni dell'identità. Il tipo in architettura, Milano: Cittàstudi, 1990)
Ragionando al di là delle questioni legate alla teoria dell'Architettura, questa affermazione mi fa pensare allo straordinario valore che ha il nome proprio di ciascuno: io mi identifico nel mio nome e in tutte quelle caratteristiche che, insieme, definiscono la mia persona e solo la mia. Questo mi permette di esistere e di essere unica, ma, contemporaneamente, mi riportano ad un Universale e ad un ideale, che riconosco in Gesù, che ha manifestato in carne ed ossa quella perfezione a cui ciascuno di noi cerca di assomigliare!


martedì 15 maggio 2012

Vita



In questi giorni era la festa della mamma e, al di là di tutti i cuori e fiorellini che si potevano vedere nelle vetrine dei negozi, mi sono venute alla mente e al cuore quelle mamme speciali di cui parla (seriamente) Luciana Littizzetto nel libro “L'educazione delle fanciulle”, con tutta la loro fatica e gratuita capacità di accogliere l'altro, tanto da lasciarsi trasformare e, così, donare vita:
“I miei figli sono in affido. Che è una condizione ancora più strana rispetto all'adozione. Loro sono fratelli, sanno chi sono padre e madre, ma non li vedono più […]. Quindi entrare nella loro vita non è stato facile. Ho dovuto anch'io in qualche modo partorirli. Sentire la loro presenza dentro […] Mi sarebbe piaciuto tanto riconoscere la mia pelle nella pelle dei miei figli. Sentirne l'odore e identificarlo come mio. […] spesso i bambini in affido pungono. Sono ricci. Si difendono, bisogna maneggiarli con cura. Per loro, tutti sono potenziali carnefici, non si fidano. Sono passati cinque anni da allora. Di solito si dice: “Mi sembra ieri...”. A me no. Mi sembra un'eternità. Come se avessimo passato insieme una vita. Infatti è stata vita. Potente. Dolorosa. Impetuosa... e la loro pelle è diventata la mia pelle.”
(da L. Littizzetto, F. Valeri, L'educazione delle fanciulle, dialogo tra due signorine perbene, Einaudi, 2011)

martedì 24 aprile 2012

punti di riferimento


Se fossi una caravella in mezzo al mare, da chi mi farei guidare, nella ricerca di nuovi porti da scoprire?
Presto detto: dalla stella polare, lo sanno anche i non marinai... ma, visto che non è sempre così semplice, nella mia quotidianità, riconoscere quale è la vera stella che mi può guidare, vi propongo questo libretto che ha la leggerezza una fiaba, ma anche la passione dell'avventura.
“Se sono scampata a tanti pericoli, se sono ancora qui per raccontarti la mia storia, è perché sono sicuramente nata... sotto una buona stella. Quale? Bella domanda. Fra i milioni di capocchie di spillo che brillavano nel cielo il giorno della mia nascita, ne ho dovuto scegliere una. La mia guida, insomma. Quella sarebbe stata la MIA stella! A lungo l'ho cercata. La prima che ha cominciato a brillare, io l'ho eletta. Era la stella del pastore! La guardavo, sembrava rincorrere il Sole […] alcuni mormoravano che non fosse una stella, che non brillasse di luce propria, era solo un pianeta, una stella errante […] Allora, ne cercai un'altra. La più luminosa del firmamento, Vega, nella costellazione della Lira.[...] mi abbagliava, sfavillante e viva, l'avevo fatta mia, mi accompagnava, ma … passato Natale, era scomparsa. Allora tornai a scrutare il cielo, senza posa, notte dopo notte. Cercai. […] dovevo arrendermi all'evidenza: quel cielo, che avevo osservato a lungo per un intero anno credendolo fisso, quel cielo mutava senza posa. A chi aggrapparsi, allora? Lassù in alto, ovunque, tutto si muoveva, mi venivano le vertigini al solo pensiero. Proprio così, tutte le stelle si spostavano. Tutte … tranne una”.

(da: D. Guedj, Autobiografia di una caravella, Milano: Longanesi, 2002)

martedì 17 aprile 2012

Il buon giorno si vede dal...


Quante cose belle succederanno oggi? Non parlo di cose straordinarie, ma di quelle quotidiane, quelle che, a non farci caso, spesso passano inosservate...
Francesco Piccolo, nel suo libro “Momenti di trascurabile felicità” (Einaudi, 2010), prova ad elencare, in modo talvolta ironico e scanzonato, talvolta appassionato, tutte quelle piccole cose che rendono bella e piacevole la sua vita:
“Il momento esatto in cui di notte i semafori cominciano a lampeggiare, che vuol dire che ormai le auto sono poche e quasi tutte stanno tornando verso casa. […] un piccolo incidente e il ragazzo in motorino si alza subito perché non si è fatto niente. Tutte le nonne che portano al parco i nipoti e i loro sorrisi apprensivi quando li guardano correre. Le persone che devono cominciare a parlare per dire una cosa importante. Ogni palazzo che ospita uffici ricolmi di lavoro e tutte le vite che ci sono dietro coloro che stanno dietro alle scrivanie. […] L'odore di pane di primo mattino; le macchinette del caffè nel momento in cui vengono spente. Le passeggiate. […] Il numero esatto dei baci che si stanno dando in questo momento. Mi piacerebbe che nessuna porta stesse sbattendo, che nessun essere umano stesse tossendo, che nemmeno un cittadino non si sentisse cittadino e sempre in questo momento che qualcuno stesse dicendo: però com'è bello vivere qui. Anche tra sé e sé”.
E con questa provocazione e questo augurio... buona Giornata!

martedì 3 aprile 2012

Dove stai andando?


L'apostolo Pietro “era incerto sul da farsi e da qualche tempo era tormentato dal dubbio e dal timore. Il suo gregge era stato disperso e la sua opera distrutta; quella Chiesa che, prima dell'incendio della città [di Roma], era cresciuta bella e fiorente come albero rigoglioso, era stata abbattuta e incendiata dal fuoco della “Belva”.
“All'alba del giorno seguente, due uomini si avviarono per la via Appia verso la campagna: Nazario e Pietro. L'Apostolo si allontanava da Roma e dai suoi figli, compagni di fede. Il cielo si tingeva in Oriente di un chiarore verdognolo che andava cambiandosi nei vivi colori dell'arancio. [...] nel silenzio mattutino, sulle ampie lastre del selciato, risonavano i passi dei due solitari viandanti. Finalmente comparve tra i monti il sole e nello stesso momento l'Apostolo fu colpito da una strana visione. Il disco d'oro invece di sollevarsi in alto scendeva giù per la china dei monti e avanzava, abbagliante e maestoso, verso di lui. […] Dopo un lungo silenzio si udì il vecchio chiedere ansiosamente tra i sospiri: “Domine, quo vadis?” Nazario non sentì alcuna risposta, ma all'orecchio di Pietro, mesta e soavissima, si fece udire una voce: “Tu te ne parti, e io vado a Roma a farmi crocifiggere un'altra volta”. L'Apostolo era immobile con la faccia per terra, come morto. Alla fine si alzò, e raccolto con mano tremante il bastone, volse frettoloso il passo verso la città che aveva deciso di abbandonare. […] Comprese perché il Signore lo avesse fatto tornare indietro: la città dell'orgoglio e del delitto, della corruzione e della prepotenza, era ormai divenuta la sua città”.
(da: H. Sienkiewics, Quo vadis?, 1896, ristampa: Rizzoli 2003)

E noi siamo pronti a lasciarci perdonare e trasformare da Dio?
Buona Settimana Santa a tutti...

martedì 20 marzo 2012

Architettura


Premessa: son di parte...
ma cosa è l'Architettura? Sto leggendo, in questi giorni un libro di Gio Ponti (quello che ha fatto il Pirellone a Milano, per intenderci...ma anche tante altre cose!). Lui stesso lo definisce “non un libro per gli architetti ma per gli incantati dall'architettura” e inizia così:

Amate l'architettura, la antica, la moderna
Amate l'architettura per quel che di fantastico, avventuroso e solenne ha creato – ha inventato – con le sue forme [...]
amatela per le illusioni di grazia, di leggerezza, di forza, di serenità, di movimento che ha tratto dalla grave pietra, dalle dure strutture [...]
amatela per l'immensa gloriosa millenaria fatica umana che essa testimonia con le sue cattedrali, i suoi palazzi e le sue città, le sue case, le sue rovine.
Amate l'architettura per le gioie e le pene alle quali le sue mura, sacre all'amore ed al dolore, hanno dato protezione, per tutto quello che hanno ascoltato (se i muri potessero parlare!) ed hanno conservato in segreto: amatela per la vita che si è svolta in essa, per le gioie, i drammi, le tragedie, le follie, le speranze (questa forma di follia), le preghiere, le disperazioni [...] che rendono sacro […] ogni muro: muri pieni di storia, di fatica, di vita e di morte, di poesia, di follia, di ricchezza e di miseria"

Bello, eh? senza contare la responsabilità che comporta:
"Anche i palazzi privati, se son belli, appartengono a tutti. Il più povero dei veneziani dice da padrone “il mio San Marco” ed entra: i palazzi che furono dei potenti, oggi sono le pareti del suo Canal Grande.”
E il Creatore parlò. [...] “L'Arte, signori Angeli, è il miracolo degli uomini, è cosa che hanno creato gli uomini: è la cosa più bella, più eccelsa, più divina di loro, nella quale, e solo in essa, gli Uomini sono come Me: sono Creatori” “Signori Angeli, vi ho definito l'arte”.
(da: Gio Ponti, Amate l'architettura, 1957, ristampa Milano: Rizzoli, 2008)

ps: quando si dice tirar acqua al proprio mulino...

martedì 13 marzo 2012

A vantaggio di chi?


E poi: che cos'è la mafia? … Una voce anche la mafia: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa... Voce, voce che vaga: e rintrona le teste deboli, lasciatemelo dire [...]” “Ma la mafia, almeno per certe manifestazioni che io ho potuto constatare, esiste”. “Mi addolorate, figlio mio, mi addolorate: […] Ditemi voi se è possibile concepire l'esistenza di una associazione criminale così vasta ed organizzata, così segreta, così potente da dominare non solo mezza Sicilia, ma addirittura gli Stati Uniti d'America”

Un classico della letteratura italiana, “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia (Milano: Adelphi, 1993) è anche uno specchio di una situazione politica e sociale non chiara e nella quale la verità e la giustizia devono continuamente fare i conti con il “favore” e il “non detto” per proteggere l'interesse privato.
Ma quanto, nella nostra vita di tutti i giorni ci impegniamo per la Verità e per il Bene di tutti? Quale peso ha il mio vantaggio nelle azioni che compio, magari senza nemmeno accorgermene?
Spesso qualche ostacolo di troppo ci ferma e ci confonde le idee, ma, mi viene da pensare, proprio lì, nello sforzo quotidiano e nella consapevolezza, sta l'impegno che ci viene richiesto:

Si sentiva un po' confuso. Ma prima di arrivare a casa sapeva, lucidamente, di amare la Sicilia: e che ci sarebbe tornato. “Mi ci romperò la testa” disse a voce alta”.

martedì 6 marzo 2012

Chi ha coraggio alzi la mano!


Sempre provando a pensare a cosa sia la tentazione e cosa la virtù, mi è venuto in mente questo passo.
Si tratta di una riflessione tra due diavoli, impegnati ad allontanare da Dio un uomo, il cosiddetto “paziente”:

Questo è, anzi, probabilmente uno dei motivi per i quali il Nemico [leggi: Dio] ha creato un mondo pericoloso – un mondo nel quale le contese morali vengono veramente a capo. Egli vede, con la stessa chiarezza con la quale lo vedi tu, che il coraggio non è semplicemente una delle virtù, ma la forma di ogni virtù quando giunge alla prova, vale a dire, nel punto della più alta realtà. Una castità, o una onestà, o una pietà che cede di fronte al pericolo sarà casta oppure onesta oppure misericordiosa soltanto sotto certe condizioni. Pilato fu misericordioso finché non divenne rischioso”.

(Da: C. S. Lewis, Le Lettere di Berlicche, Milano: Jaca Book, 1990)

martedì 28 febbraio 2012

Grazia vittoriosa


Il Vangelo di Domenica scorsa parlava di Gesù nel deserto, tentato da Satana.
In questo tempo di Quaresima ciascuno di noi si ripropone di combattere, un po' più alacremente, contro tutto ciò che ci allontana da Dio, ma spesso la fatica del “digiuno” ci porta a dubitare, a pensare ai compromessi, a credere di essere da soli nella lotta...
“Polvere”, un romanzo di G. Donna d'Oldenico (Effatà editrice, 2000), racconta i dubbi e le fatiche degli abitanti di un villaggio misteriosamente occupato da signori disposti a soddisfare qualunque desiderio dei propri sudditi, purché questi acconsentano a servirli in tutto:
E se fossero stati dei demoni, lui […] pensava, anzi, presumeva, si sarebbe trovato da solo, a lottare contro di loro. Come avrebbe potuto farcela? Si chiedeva. Avrebbero sicuramente avuto la meglio.
Sbagliava, perché solo non era. Ma l'angoscia della solitudine, così acuta in quel momento, determinò il suo scordarsi […] che il suo compito era distribuire una Grazia non sua, nel modo, con la misura e l'efficacia di quella Grazia stessa, sempre compagna e sempre, alla fine, vittoriosa. […]”

martedì 21 febbraio 2012

Bello e buono

Così si traduce l'espressione Kaloév kaiè a\gajoèv , che nell'antica Grecia indicava le caratteristiche ideali ed essenziali dell'uomo. Ed oggi? Che cos'è che ci rende “umani”?
Mi viene in mente il libro “Un uomo” di Oriana Fallaci (Rizzoli, 1979):

“proprio mentre […] i tuoi occhi incontravano i suoi occhi, ricordi lontani eppure precisi, una Lincoln nera che procede lungo la strada di Sunio, dentro la Lincoln nera qualcuno che non hai mai visto, che tuttavia devi uccidere, pensieri remoti eppure brucianti, chissà che tipo è a guardarlo in faccia, se guardi un uomo in faccia e t'accorgi che è un uomo simile a te dimentichi cosa rappresenta e ucciderlo diventa difficile quindi meglio illudersi di uccidere un'automobile [...]”

Dopo il fallimento dell'attentato al dittatore greco Papadopoulos (1968) ed anni di torture e carcere, Alekos Panagulis così risponde in un'intervista:

"- Dopo tanto soffrire, sei ancora capace di amare gli uomini?
- Amarli ancora?!? Amarli di più, vuoi dire! [...] Non crederai mica che io identifichi l’umanità con le bestie della polizia militare greca? Ma si tratta di un pugno di uomini! [...] Senti: i cattivi sono una minoranza. E per ogni cattivo vi sono mille, diecimila buoni: cioè le sue vittime. Quelli per cui bisogna battersi. Non puoi, non devi veder così nero! Io ho incontrato tanta gente buona in questi cinque anni! Perfino tra i poliziotti. Sì, sì! Ma pensa solo ai soldatini che rischiavano la pelle per portar fuori della prigione le mie lettere, le mie poesie! Pensa a tutti quelli che mi hanno aiutato, nei tentativi di fuga! [...] Oh, l’Uomo...

- Alekos, cosa significa essere un uomo?
-Significa avere coraggio, avere dignità. Significa credere nell’umanità. Significa amare senza permettere a un amore di diventare un’àncora. Significa lottare. E vincere. [...] E per te cos’è un uomo?
(http://www.oriana-fallaci.com/panagulis/intervista.html )



martedì 14 febbraio 2012

Cosa sta succedendo?


Una cosa che accade in questo momento può assumere un significato soltanto alla luce di qualcosa che accade molto dopo […] Noi non sappiamo a cosa andiamo incontro. Sappiamo unicamente di essere partiti per un lungo viaggio. Solo verso la fine della corsa scopriremo il motivo per cui siamo in viaggio, anche se il viaggio può durare per molte generazioni […] Molte delle cose di cui oggi non comprendiamo il significato potranno magari acquisire un senso al prossimo crocevia”.

Oggi vi propongo questo passo, tratto da “Maya”, un romanzo di Jostein Gaarder (TEA, 2002).
Tanto per cominciare: non c'entra niente la presunta fine del mondo, anzi! Questo libro ci porta lontano, all'inizio della Vita, per interrogarci sul perché siamo qui e sul senso della nostra Storia.
L'autore intreccia invenzione e realtà, per stimolare il lettore a guardarsi intorno e vedere tutto il Mistero e la Meraviglia della Creazione che ci circonda.
É un libro talvolta filosofico, talvolta “strano”, ma sempre capace di risvegliare le domande più profonde dell'uomo... e, alla fine della lettura, si ritrova la curiosità e la certezza di essere una piccola parte di un Disegno tanto grande quanto bisognoso del nostro contributo. Come scrive Gaarder:

"L'applauso per il Big Bang si poté sentire soltanto quindici miliardi di anni dopo l'esplosione". 

martedì 7 febbraio 2012

Libertà


Ve lo immaginate, voi, Dio discutere con un angelo le storie di quegli uomini che, come in una partita a scacchi, hanno cercato di sfidarlo? Beh, se capitasse, di fronte a tanti “scacchi”, lui cosa direbbe?

Il Disegno, quello che ho per la testa, è talmente indecifrabile da mettere alla prova perfino le difese più forti: le speranze, i sogni. Non potevo dare agli uomini, che poi sono io, io incarnato, un mondo di perpetue certezze e “calme piatte” esistenziali: sarebbe stata una morte da vivi, un aver finito prima di cominciare. Io conosco solo la retta che porta all'infinito, l'armonia ultima delle musiche che si van componendo: puoi forse misurare quella retta e capirne la direzione da un segmento? […] io non giudico. Mi hai mai visto giudicare? Dimmi, su, in tutti questi che tu chiami secoli mi hai mai visto giudicare? Giudicherei se fossi un Dio dei popoli, ma io non sono il Dio degli ebrei, della rivalsa musulmana, dell'eterno ritorno induista: io sono il Dio degli uomini, presi singolarmente uno per uno. Ti chiederai, lo so: “E perché gli uomini? Perché li avete creati?” Perché è stata l'idea più meravigliosa che mi sia venuta in tanta immobilità, n tanta noiosa eternità. Volevo un riflesso, uno specchio, qualcosa, qualcuno che lentamente arrivasse a pensarmi, ad adorarmi, a rifiutarmi. Volevo le guerre di religione, gli atei, l'illuminismo: volevo i cattolici, volevo le riforme, volevo i ragazzi uniti a cento a mille leggermi nel Vangelo. Io volevo, ma son stati loro a fare tutto ciò. Non sanno. Si fermano alle note, ai segmenti che son dolore, ingiustizia e morte, e credono di definire il tempo da un attimo avulso, staccato. Naufragano in una goccia d'acqua che non può da sola spiegare cosa sia il mare. Io ti ho chiesto di parlarmi degli uomini, e precisamente di quelli che mi hanno sfidato e, secondo te, battuto: io, Teliq, non vinco mai con gli uomini, io permetto sempre di darmi scacco, perché siano loro a inventare la vita: perché questa è la loro libertà”.
(R. Vecchioni, Scacco a Dio)

martedì 31 gennaio 2012

La gabbianella e il gatto nero iniziarono a camminare...


Oggi lascio parlare un libro che mi è sempre piaciuto molto e che, pur essendo rivolto ai ragazzini, credo abbia tanto da raccontare anche a noi, nelle fatiche di crescere e di relazionarsi con gli altri:

Ti vogliamo tutti bene, Fortunata. E ti vogliamo bene perché sei una gabbiana [...]. Non ti abbiamo contraddetto quando ti abbiamo sentito stridere che eri un gatto, perché ci lusinga che tu voglia essere come noi, ma sei diversa e ci piace che tu sia diversa. [...] Ti abbiamo dato tutto il nostro affetto senza alcuna intenzione di fare di te un gatto. Ti vogliamo gabbiana. Sentiamo che anche tu ci vuoi bene, che siamo i tuoi amici, la tua famiglia, ed è bene che tu sappia che con te abbiamo imparato qualcosa che ci riempie di orgoglio: abbiamo imparato ad apprezzare, a rispettare e ad amare un essere diverso. È molto facile accettare e amare chi è uguale a noi, ma con qualcuno che è diverso è molto difficile, e tu ci hai aiutato a farlo. Sei una gabbiana e devi seguire il tuo destino di gabbiana. Devi volare. Quando ci riuscirai, Fortunata, ti assicuro che sarai felice, e allora i tuoi sentimenti verso di noi e i nostri verso di te saranno più intensi e più belli, perché sarà l'affetto tra esseri completamente diversi”.

Volare mi fa paura” stridette Fortunata alzandosi.
Quando succederà, io sarò accanto a te” miagolò Zorba leccandole la testa.”

Con tutta la pazienza che contraddistingue i gatti, avevano aspettato che la gabbianella comunicasse loro il suo desiderio di volare, perché grazie a un'ancestrale saggezza capivano che volare è una decisione molto personale”.

da “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” di Luis Sepùlveda

martedì 24 gennaio 2012

Abbiamo lasciato il campo cantando


Etty Hillesum gettò questo messaggio fuori dal finestrino del treno dei deportati, che l'avrebbe condotta ad Auschwitz, dove sarebbe morta dopo pochi mesi.
Tra pochi giorni, il 27 gennaio, sarà la Giornata della Memoria e mi è sembrato giusto ricordare la forza di chi ha saputo accogliere, “assorbire” tanto dolore e impegnarsi a ridare un senso alla vita propria e di chi le soffriva accanto.
Nel suo diario Etty Hillesum racconta proprio di questo impegno, portato avanti tra tante fatiche e in un percorso, come si può immaginare, tutt'altro che semplice, ma denso di voglia di vivere e nella piena consapevolezza che il suo compito, in quella Storia di assurda violenza, era trovare Dio negli altri uomini e, lì, nell'amore verso di loro, incominciare a costruire un mondo nuovo:

A Westerbork ho letto un tratto del nostro tempo che non mi sembra privo di significato. Ho amato tanto la vita quand'ero seduta a questa scrivania […] e là, tra le baracche popolate da uomini scacciati e perseguitati, ho trovato la conferma di questo amore.”

la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo. A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere. E se sopravvivremo intatti a questo tempo, corpo e anima ma soprattutto anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo anche il diritto di dire la nostra parola a guerra finita. Forse io sono una donna ambiziosa: vorrei dire anch'io una piccola parolina

ps: l'immagine è uno dei 79 disegni realizzati ad Auschwitz da Thomas Geve, un bambino deportato. Essi sono raccolti nel volume “Qui non ci sono bambini”, edito da Einaudi.




martedì 17 gennaio 2012

...Tu dove abiti?


I giornalisti, nel corso di questi ultimi anni, hanno cercato di spingerci verso il cattivo gusto degli artisti moderni. Io vorrei tentare di spingervi verso il vostro cattivo gusto personale.
Chi vuol imparare a tirare di scherma deve prendere il fioretto in mano. Nessuno ha mai imparato a tirare di scherma solo assistendo a un combattimento. E chi vuol farsi una casa deve pensare a tutto personalmente. Altrimenti non imparerà mai a farlo. L'abitazione sarà naturalmente piena di errori. Ma saranno errori vostri. […] Cambierete e migliorerete.
La vostra casa cresce con voi e voi crescete con la vostra casa. […] Se lo fa un altro, sia pittore o tappezziere, non ne risulta un'abitazione. Tutt'al più ne risulterà una serie di camere d'albergo. Oppure la caricatura di un'abitazione.”

Adolf Loos, uno dei più importanti architetti del Novecento, in “Parole nel vuoto” ci ricorda di vivere la nostra vita in prima persona, senza delegare ad altri compiti o responsabilità, nelle cose futili come in quelle importanti. E allora: proviamo ad abitare la nostra casa!

Ps: Questo libro, una raccolta di testi scritti tra 1908 e il 1928 (tra cui il famoso “Ornamento e delitto”), affronta temi oggi ancora attuali, ma anche questioni curiose e divertenti (ad esempio: la scoperta della ... "egg-plant", la melanzana!)

martedì 10 gennaio 2012

Contraddizioni


Narciso sorrise appena. […] “Imparo molto da te, Boccadoro. Comincio a comprendere cos'è l'arte. […] Noi pensatori cerchiamo di avvicinarsi a Dio staccando il mondo da lui. Tu ti avvicini a lui amando e ricreando la sua creazione”.

L'uomo era davvero creato per studiare Aristotele e Tommaso d'Aquino […]? Non era egli creato da Dio con sensi e istinti, con oscurità sanguigne, con la capacità del peccato, del piacere, della disperazione? […] egli sapeva che in quel cuore incostante di artista e di seduttore c'era una pienezza di luce e di grazia divina.”

Spesso in ciascuno di noi coesistono un Narciso e un Boccadoro, ma come convivere con tanta contraddizione?
Osservando le opere d'arte di una chiesa, Boccadoro scopre che:

di queste cose meravigliose ce n'erano parecchie, e ciascuna non stava a sé e non era un caso […] Quello che in un paio di secoli era stato costruito, scolpito, dipinto, vissuto, pensato e insegnato in quel luogo, era di un'origine sola, di un solo spirito e si accordava insieme come i rami di un albero”.

(il libro di oggi è : Hermann Hesse, “Narciso e Boccadoro”)


martedì 3 gennaio 2012

Anno nuovo...vita nuova!


Oh, la mia nuova fede! Di che cosa credete si nutra? I semplici drammi del mondo, quelli che si incontrano sugli angoli delle strade, sono in realtà molto più complicati di quel che possiate immaginare: perché le persone semplici sono molto complicate, non lo sapete?”

Lettere ai Romani” di Piero Ferrero: un romanzo denso di significato, per riflettere sulla Fede e sulle difficoltà e contraddizioni con cui ci scontriamo nella vita di tutti i giorni.
Due amici sacerdoti ormai anziani discutono di eventi quotidiani e di questioni esistenziali in un fitto scambio epistolare. Dalle loro parole e dalle loro fatiche si respira, però, fiducia e voglia di affrontare la realtà, anche a costo di venirne trasformati... solo così si può, a tutti gli effetti, essere “nuova creatura” (cfr. 2Corinzi 5,17)

martedì 27 dicembre 2011

E il Verbo si fece carne...



... e venne 
ad abitare
in mezzo 
a noi




La tua vita mi tiene
in piedi, il tuo sguardo
mi da' coraggio a guardare
avanti, dove tu camminasti
alle origini del mondo, dove
ancora attendi il pellegrino. [...]
e nella faccia ritrovo
il mio volto d'Adamo.
Un volto antico di pena,
un volto giovane di speranza.

Marcello Camilucci, in “Natale dei poeti: cento modi di leggere il Natale nella poesia italiana del Novecento”, una raccolta di testi poetici accomunati dalla riflessione sulla Nascita di Gesù e dalla ricerca, nella Storia in cui viviamo, della presenza di un Dio che diventa Bambino e sceglie di vivere come noi e con noi, accogliendo anche le fatiche e le difficoltà dell'essere uomo.
Come dice il canto delle Profezie:
Domani sarà sconfitto il male della terra
e regnerà su di noi il Salvatore del mondo”.
Questa è la speranza che rinasce e permette anche a noi di scrivere, con la vita e le parole, la nostra preghiera a Dio.